Il blog non va in vacanza

Il blog non va in vacanza

Ok lo ammetto: in verità, il mio, ho pensato di spedircelo.

Non perché questo angolo di web, che coltivo come un orticello biologico, non mi regali emozioni e soddisfazioni, soprattutto quando scorgo volti nuovi seguire il mio blog e quelli vecchi partecipare attivamente ad ogni post, ma resistere all’ozio è impossibile.

L’impresa si fa più ardua se di riposo non ne vedi neanche l’ombra, hai 11 mila battute da consegnare a inizio settimana e una frenetica scaletta di articoli da garantire a luglio, il tutto con 40 gradi fahrenheit.

Un mese trascorso a Milano, correndo da un lato all’altro della città (rovente) pieno di impegni, eventi, presentazioni alla stampa, un ricco cilindro dal quale attingere e trarre fuori idee come fiori. In attivo un solo ed unico bagno a mare (ieri).

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Ecco forse in queste condizioni io non vado in vacanza ma la mia creatività si.

Nonostante tutto rimbombano nella mia mente delle parole lette qualche giorno fa in un post: l’importante non è cominciare ma continuare ed è proprio vero. Ogni nuovo inizio ha dentro il sapore dell’entusiasmo, ma il proseguimento di ogni cosa si nutre di energia che ha bisogno di essere alimentata, altrimenti si affievolisce, fino a spegnersi e non carburare più.

No, non voglio assolutamente distillare dritte su come mandare avanti un blog d’estate e mantenere una cospicua programmazione. M’interrogavo piuttosto sulle cause che ci spingono ad abbandonare le cose che scegliamo d’iniziare.

Forse il vero problema non è il mordente ma la procrastinazione. Tendiamo a rimandare ogni programma ad un futuro indeterminato in cui avremo più tempo, o solo più volontà di tornare padroni dei nostri progetti. Quella del tempo è una scusa ingrata che ci toglie la voglia di sentirci liberi di gestire la nostra leggerezza.

Ma voi sapete gestire il tempo libero? A pensarci bene nella società moderna il tempo libero è peggio che l’horror vacui, una paura del vuoto nel quale potersi perdere.

Ho un comodino pieno di letture sospese, con segnalibri dimenticati tra le pagine come nuvole a mezz’aria, ma sempre una lista prioritaria di cose più “urgenti” da fare che tolgono solo spazio alla mia identità. E se è vero che con l’età si acquisisce indipendenza in un certo senso con l’avvento delle responsabilità si è solo più liberi di rimandare ciò di cui prima ci riempivamo, senza remora alcuna.

Io non so voi ma per me l’estate aveva il gusto dell’Estatè, la colonna sonora anni 90 (ok sono nostalgica, che ve lo dico a fare?) della coppa del Nonno (“i feel good..i feel fine…“), l’immagine dei tramonti in spiaggia come non ci fosse un domani ed i capelli eternamente bagnati, induriti dal sale ma mai così belli. Erano gli anni delle giornate che non conoscevano limiti temporali, scandite solo dalla luce e dal buio.

E’ vero che si lavora per vivere e non si vive per lavorare ma a volte ho come l’impressione che ogni corsa a lavoro, ogni bucato da lavare, ogni pila di vestiti da stirare, la spesa da comprare, siano “rumore”.

Ho dovuto ricordare perché avevo creato questo spazio virtuale per mettere le cuffie e come nel “Tempo delle mele” allontanarmi dal rumore e sentire solo la musica.

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Realizzare i propri sogni sbagliando. Yes, i can!

Realizzare i propri sogni sbagliando. Yes, i can!

Sbagliare vuol dire vivere.

Ad alcuni sembrerà la scoperta dell’acqua calda, a me sono serviti in fondo 30 anni per capirlo e farlo per vie traverse.

Come dei cavalli che viaggiano coi paraocchi e alla fine del percorso, mettendoli via, scoprono l’orizzonte vastissimo.

Si, lo scoprono con magnifico stupore per il semplice fatto che hanno sempre ignorato ciò che non sapevano esistesse.

Come Cristoforo Colombo credendo di trovare le Indie colonizzando invece l’America.

Come per me, imprecando dal parrucchiere a 18 anni, pensando che “io chiara mai più!!” e scoprire dieci anni dopo che, per vedermi un pò più luminosa, sarebbe bastato non far partire le schiariture dalla radice (e non leggete con disappunto che nel 2000 l’abbiamo fatto tutti!!).

Che c’entra? Per dieci lunghi anni non ho più toccato i miei capelli, pensando di poter sbagliare.

Chi pensa troppo forse sbaglia poco, perché ha calcolato già tutte le opzioni possibili, eppure in quel grande calcolo non ha considerato il tempo che avrebbe impiegato per farlo, sprecandolo.

I lunghi tempi attesi impiegati per immaginare il futuro anziché, semplicemente, viverlo.

E forse le nostre scelte migliori partono proprio da un errore, che ci sprona ad esplorarci e come un tom tom fare un ricalcolo dal punto in cui ci siamo persi.

Ve l’ho detto che il mio blog nasce da uno sbaglio?!

Parte da un grande sogno, quello di fare la giornalista, e prende forma modellato dalle incertezze, che mi hanno impedito di raccogliere la mia esperienza e presentarla al tribunale del giudizio.

Scrivere significa, qualsiasi cosa racconti, dare un’immagine all’astrazione, mettere in parole dei pensieri e regalargli un timbro.

Ogni racconto ha la sua voce, e chi legge gli da un’intonazione.

I miei sono sempre lì, come un’equilibrista, tra serio e faceto, tra l’esistenzialista e l’ironico, sospesi tra la vita e il sogno.

Un pò meno tra la realtà e i social, troppo figlia degli anni 90 per ostentare un mondo che non mi rappresenta e ad una sneakers bianchissima con i bordini dorati preferirei sempre una converse nera, tanto più sporca quanto più vissuta (ok, magari col plateau, che mi solleva).

Il mio blog era solo un contenitore di pensieri quando mi annoiavo e volevo ingannare le attese, quelle perse a riempire dei dubbi, eppure nello sbaglio ho dato vita alla mia creazione più vera.

Quell’errore è diventato una strada, anche se non esattamente quella che avevo immaginato, che mi ha condotto, post dopo post all’obiettivo e dentro c’ho trovato me stessa.

La meta era identica, solo che il viaggio è stato più lungo.

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Il bello del Natale, parte 2

Il bello del Natale, parte 2

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Ebbene è già passato un anno da quando provavo ad intenerirvi con l’immagine del mio cane (Banjo, per chi non lo sapesse) in versione Christmas ed un articolo sul bello del Natale .

Molti di voi penseranno i regali (ed io di spunti ve ne do parecchi sul mio blog), si, anche, ma non solo.

In verità penso che i regali più belli sono quelli che ci auto-regaliamo, dopo averli a lungo mirati e contemplati o semplicemente in seguito ad un raptus di shopping compulsivo, senza aver avuto bisogno di seminare in giro più tracce di Pollicino, per condurre i nostri amati all’acquisto giusto.

Non sono da escludere casi in cui l’oggetto designato viene confuso con altri simili (che so prendi una Moondust Urban Decay per una Naked , o una palette labbra nella versione blackmail per una Junkie, mica roba da poco) causando incidenti diplomatici legati inesorabilmente al dramma dell’incomprensione (“Non mi conosci, ti sembro tipa da rossetto rosso?!“- “Ecco lo sapevo, hai sbagliato, non mi ascolti mai”-“Non ti riesce mai una sorpresa, devo mica farti il disegnino?!”).

La mia dolce metà si è lasciato guidare per mano al regalo sicuro… letteralmente.

Mi ha presa per mano e portata, anche in maniera dolce e romantica, per carità, al negozio, fiero di fare la scelta giusta.

Ecco il bello del Natale per me è emanciparsi dal vincolo (passatemi il richiamo a Franco Battiato, nel mio eterno connubio make-up- musica) dei “doveri”ed entrare nel mood dei piaceri.

Natale è stupire e lasciarsi stupire, senza condizionamenti.

Prendere un caffè al bar con una vecchia amica che vive in Francia, che non vedi da un anno, e d’un tratto veder tirare fuori dalla borsa, in moto sincronizzato, l’una un cadeau per l’altra.

Ed ancora una volta no, non essere felici per l’oggetto, ma per il fatto che né la distanza, né l’ampio anticipo sul Natale, abbiano impedito di pensarsi.

Non vedersi ma conoscersi, ricordare tutto dell’altra.

Non a caso ho ricevuto una palette di una marca introvabile in Italia, Adopt, con una selezione di colori stupenda (proprio quella che avrei scelto).

Non a caso ho regalato una tazza con infusore piena di gattini, a lei che non so se ama più i gatti o il te.

Il bello del Natale è sapere che il proprio uomo non vuole farti una sorpresa, ma solo farti felice, anche nel modo più spartano del mondo.

Il bello del Natale è ricevere a casa un biglietto scritto a mano e anche velocemente, da parte dei membri della redazione con cui collabori, mandato in fretta e furia per arrivare prima a destinazione, e sentirti parte di una famiglia, di un insieme, di un disegno molto più ampio.

Il bello del Natale è non avere voglia di fare niente ma, da vera Glam girl, aver voglia di fare tutto, tutto ciò che è piacere e spensieratezza.

Stare sempre in giro, con il pretesto di trovare l’ultimo regalo, e poi chiudersi nei caffee bar a consumare cioccolate calde per riscaldarsi .

Sapere che non avranno un gusto così dolce in nessun altro periodo dell’anno.

Il bello del Natale è legato si alla Birkin bag, figa sotto l’albero, che scalpita dentro la sua confezione patinata, ma la felicità, quella vera, è la sua atmosfera inconfondibile, che senti crescere nei giorni che lo precedono, carichi di attesa e preparativi come il sabato del villaggio per Leopardi.

Giorni che si esauriscono velocemente come un pacco accuratamente confezionato e scartato voracemente in pochi istanti.

Il Natale lo senti dentro, immutato negli anni, per calore che si respira, anche quando fuori fa freddo.

 

Il primo post non si scorda mai

Il primo post non si scorda mai

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con instagram mi sto specializzando!

Il primo post non si scorda mai, dicono.

In effetti il mio lo ricordo bene: l’apoteosi dell’impersonalità.

Un articolo chiaro, lineare, scritto anche mediamente bene, ma che non era altro che un timido affacciarsi al mondo virtuale con discrezione, in sordina, senza far rumore.

Era la recensione di un blush se non erro, prodotto che tuttavia mi garba ancora, ma ciò che rappresentava era l’adeguamento conformistico ad un genere parecchio spulciato, il classico indottrinamento allo shopping consapevole.

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era questo per chi se lo fosse chiesto…

Ed io da gradassa padroneggiavo la mia esperienza, conscia di essere niente di più di una goccia in un oceano.

Cosa c’era di me in quell’articolo, al di là di un modesto parere? Niente, o forse poco, il giusto indispensabile che distingue la mia penna.

Perché quando facciamo il “debutto in società” il nostro approccio è pieno di riserve, come l’atteggiamento di una fanciulla al ballo delle debuttanti: curioso ed insicuro.

Nessuno la sta aspettando ma la sua apparizione può incuriosire uno,due o forse tanti, che le porgeranno la mano e le chiederanno di ballare.

E saranno gli stessi occhi interessati a darle il coraggio di buttarsi nella mischia e ritagliarsi la sua parte nel mondo.

Il blog è esattamente come una donna, che maturando affina il carattere, rimane l’indole fanciullina, sotto forma di grazia e spontaneità, ma lascia il segno per il carisma e il proprio modo di fare.

Di fare e di dire, di pensare e di essere, piacere nella misura in cui sa appassionare e farsi seguire, influenzare senza essere influenzata.

Un blog è quasi una seduta psicanalitica: nella ricerca degli argomenti ti spinge all’introspezione, al modo giusto per tirarli fuori, alle parole esatte che rendano giustizia al modo di sentirli dentro e farli rivivere.

Un cantuccio in disparte dove sederti a fissare i mutamenti e il divenire e perché no: anche una lezione di teatro dove più senti la parte, più t’immedesimi, più entri nel cuore di chi ti guarda e ti ascolta.

E in fondo anche un corso di autostima, dove investire nella propria immagine equivale a mettersi in gioco e riuscire a guardarsi con occhi altrui, sentendosi un pò uno, nessuno e centomila.

Ringrazio tutti coloro che mi associano ad Alessandra Ambrosio, sullo stacco di coscia ci siamo quasi 😀

Tutto questo è un blog, tutto ciò è una blogger.

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love my blog
La solidarietà tra donne, per giunta blogger, esiste!

La solidarietà tra donne, per giunta blogger, esiste!

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Alla radio mandano la colonna sonora di Dirty Dancing, Time of my life, che a me fa venire non tanto voglia di ballarla (forse perché non ho Patrick Swayze per partner) quanto buonumore, ascendente come un climax.

Quest’ottimismo infuso ha generato in me un pensiero felice: chi ha detto che la solidarietà tra donne non esiste si sbagliava!

Non solo esiste tra donne, ma addirittura tra blogger, le stesse da cui ho ricevuto il sostegno maggiore quando pubblicavo un post e mi aspettavo un feedback o quando concorrevo per un talent.

Loro erano sempre in prima fila a dirmi” io il mio voto te l’ho dato”, spalleggiarmi e chiaramente aspettarsi lo stesso invisibile ma solido sostegno da me.

Per carità: non sto dicendo che non c’è competizione ma che quest’ultima ha un’accezione diversa: viene investita di positività e diventa una sana voglia di crescere.

Ci si osserva a vicenda per migliorarsi, darsi spunti inconsapevolmente o differenziarsi.

Ci si osserva per collaborare e realizzare post a 4 mani che uniscono i pregi di uno all’esclusività dell’altro, i followers del primo, appassionati di cinema magari, a quelli del secondo, patiti di make up.

No, non c’è posto per l’invidia perché nel web c’è spazio per tutti, tutti quelli che semplicemente meritano di occupare la propria fetta nella giornata dei lettori, diventando come uno di famiglia.

Foto credits: Roberta Tocco photography

Ma dove vai se un blog non ce l’hai

Ma dove vai se un blog non ce l’hai

 

 

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Ieri notte, l’ennesima che scambio per giorno, ero intenta nella lettura no-stop di post ad casum, della serie “va dove ti porta il link” e “non aprite quella finestra” (specie di shopping on line) finché non mi sono imbattuta in un articolo. Uno molto Storytelling, quelli che ti fanno sognare ad occhi aperti, regalandoti l’illusione che da una sconfitta possa nascere una soddisfazione e che, per dirla alla De André, dal letame nascano i fiori.

Quegli articoli che sostituisci alle commedie romantiche per riempirti il cuore di belle speranze e poi fare training autogeno ripetendoti, alla Coelho, che solo quando vuoi veramente qualcosa tutto l’universo trama affinché accada.

Insomma quella storia narrava un successo imprevisto ed imprevedibile, ma ancora più insospettabile era il protagonista della fabula: un mio ex collega della gloriosa facoltà di lettere dell’ateneo di Catania. Leggere quel nome, diventato improvvisamente padre di 12 mila followers, e noto in quei di Milano, ha avuto su di me l’impatto di leggere i volti noti che hanno frequentato la stessa facoltà. Non per dire che l’avessi paragonato a Pirandello o Verga ma quasi.

Soprattutto per la sorpresa di sapere che il tizio in questione ha un blog.

La sorpresa nella sorpresa che adesso dalla comunicazione è passato alla cucina, la stessa meraviglia che avranno tutti coloro che dall’esame di letteratura latina mi ritrovano a fare tutorial . Cose che non credevi, persone che non conoscevi, hobby alla berlina, anime fragili che si mostrano senza scudi e senza protezioni.

Ebbene è così: c’è stata la generazione mille euro, quella dei call center manifesto di un disagio che vedeva laureati racimolare qualche lira con il telemarketing, cui ci si rivolgeva in ultima istanza, arresi ed affranti, per pagarsi l’affitto, oggi siamo entrati ufficialmente nella generazione blog.

Non vogliamo racimolare denaro ma esperienze, una gradinata in salita dalla grafica accattivante, che raccoglie sorrisi e parvenze ma che nasconde sudore (specie con 40 °) e determinazione.

Non ci si accontenta di quello che passa il convento, né si rimane con le mani in mano attendendo il cambiamento, con la 24 ore in mano per fare bella figura sugli esaminatori in sede di colloquio.  Oggi ci si reinventa a partire da un’idea, con le spalle forti della propria passione.

E chi se ne frega se ti hanno licenziato?! Sulla scia del detto “ogni impedimento è giovamento”, energica come quella di un camion in autostrada, per la macchina che lo segue, si risorge con intelligenza dalle proprie ceneri.

Gli italiani si dice sappiano arrangiarsi, i giovani ancora di più, per fare una metafora culinaria: traggono fuori un pasto completo da un pò di pasta e dal burro (carboidrati e grassi insaturi) e risparmiando raccolgono i soldi per il mega concertone di Ri Ri (Rihanna).

Il popolo di internet insegue i pokemon ma si racconta sul web e regala scorci di vita, spaccati di generazione social al tempo di Snapchat, che passeranno agli atti come storiografia.

Una critica personale del nostro tempo, dove chiunque coltiva un blog al posto di un giardino, raccogliendo in misura direttamente proporzionale alla semina e alla costanza con cui ci si è dedicati a quel terreno, con idee fertili per il piacere di seminare che non di raccogliere per guadagnare.

Senza perdere ovviamente di vista il piacere di assaggiare il frutto della nostra dedizione, che non si deve aver fretta di gustare perché potrebbe essere ancora acerbo.

Piacere: Marilù Briguglio di Frou Frou make up artist, e tu che blog hai?!