Ma dove vai se un blog non ce l’hai

Ma dove vai se un blog non ce l’hai

 

 

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Ieri notte, l’ennesima che scambio per giorno, ero intenta nella lettura no-stop di post ad casum, della serie “va dove ti porta il link” e “non aprite quella finestra” (specie di shopping on line) finché non mi sono imbattuta in un articolo. Uno molto Storytelling, quelli che ti fanno sognare ad occhi aperti, regalandoti l’illusione che da una sconfitta possa nascere una soddisfazione e che, per dirla alla De André, dal letame nascano i fiori.

Quegli articoli che sostituisci alle commedie romantiche per riempirti il cuore di belle speranze e poi fare training autogeno ripetendoti, alla Coelho, che solo quando vuoi veramente qualcosa tutto l’universo trama affinché accada.

Insomma quella storia narrava un successo imprevisto ed imprevedibile, ma ancora più insospettabile era il protagonista della fabula: un mio ex collega della gloriosa facoltà di lettere dell’ateneo di Catania. Leggere quel nome, diventato improvvisamente padre di 12 mila followers, e noto in quei di Milano, ha avuto su di me l’impatto di leggere i volti noti che hanno frequentato la stessa facoltà. Non per dire che l’avessi paragonato a Pirandello o Verga ma quasi.

Soprattutto per la sorpresa di sapere che il tizio in questione ha un blog.

La sorpresa nella sorpresa che adesso dalla comunicazione è passato alla cucina, la stessa meraviglia che avranno tutti coloro che dall’esame di letteratura latina mi ritrovano a fare tutorial . Cose che non credevi, persone che non conoscevi, hobby alla berlina, anime fragili che si mostrano senza scudi e senza protezioni.

Ebbene è così: c’è stata la generazione mille euro, quella dei call center manifesto di un disagio che vedeva laureati racimolare qualche lira con il telemarketing, cui ci si rivolgeva in ultima istanza, arresi ed affranti, per pagarsi l’affitto, oggi siamo entrati ufficialmente nella generazione blog.

Non vogliamo racimolare denaro ma esperienze, una gradinata in salita dalla grafica accattivante, che raccoglie sorrisi e parvenze ma che nasconde sudore (specie con 40 °) e determinazione.

Non ci si accontenta di quello che passa il convento, né si rimane con le mani in mano attendendo il cambiamento, con la 24 ore in mano per fare bella figura sugli esaminatori in sede di colloquio.  Oggi ci si reinventa a partire da un’idea, con le spalle forti della propria passione.

E chi se ne frega se ti hanno licenziato?! Sulla scia del detto “ogni impedimento è giovamento”, energica come quella di un camion in autostrada, per la macchina che lo segue, si risorge con intelligenza dalle proprie ceneri.

Gli italiani si dice sappiano arrangiarsi, i giovani ancora di più, per fare una metafora culinaria: traggono fuori un pasto completo da un pò di pasta e dal burro (carboidrati e grassi insaturi) e risparmiando raccolgono i soldi per il mega concertone di Ri Ri (Rihanna).

Il popolo di internet insegue i pokemon ma si racconta sul web e regala scorci di vita, spaccati di generazione social al tempo di Snapchat, che passeranno agli atti come storiografia.

Una critica personale del nostro tempo, dove chiunque coltiva un blog al posto di un giardino, raccogliendo in misura direttamente proporzionale alla semina e alla costanza con cui ci si è dedicati a quel terreno, con idee fertili per il piacere di seminare che non di raccogliere per guadagnare.

Senza perdere ovviamente di vista il piacere di assaggiare il frutto della nostra dedizione, che non si deve aver fretta di gustare perché potrebbe essere ancora acerbo.

Piacere: Marilù Briguglio di Frou Frou make up artist, e tu che blog hai?!

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3 pensieri su “Ma dove vai se un blog non ce l’hai

  1. Eccomi! Io ho un blog di recensioni, ma anche a me piacciono molto i blog “storytelling”, quelli i cui gestori raccontano in ogni post un differente episodio più o meno recente della loro vita. Purtroppo la maggior parte di questi blog è scritta da gente depressa che sta attraversando un momento difficile, non ha nessuno con cui parlarne e quindi usa il proprio blog come sfogatoio; in mezzo a questa valle di lacrime, tuttavia, ci sono anche dei bloggers più solari, e soprattutto che sanno scrivere, e quindi riescono ad essere interessanti anche quando non raccontano niente di particolare.
    Riguardo al tuo ex compagno di università, la sua vicenda è più comune di quel che si possa pensare: in molti, soprattutto se laureati in Lettere, sono costretti ad inventarsi un mestiere, e ad inserirsi in un contesto lavorativo lontanissimo dagli studi che ha compiuto. Ben più raro è riuscirci in modo così brillante: è questo che rende la sua storia particolare.
    Tra l’altro, ti dirò che quando ho detto a qualcuno che avevo un blog la cosa non ha mai suscitato molto interesse. Mi aspettavo che l’interlocutore facesse gli occhi a palla e dicesse qualcosa del tipo “Ma dai? Voglio leggere tutti i tuoi post!”, e invece la notizia non ha mai colpito granché nessuno dei miei conoscenti.
    Penso che sia perché molta gente ha ancora in mente un’immagine arretrata del blog: lo vedono come era 10 anni fa, ovvero uno spaziettino virtuale in cui il blogger scrive qualche pensierino ogni tanto e basta. In pratica la versione embrionale dei blog storytelling di cui parlavo all’inizio. Oggi invece i blog così rudimentali sono la minoranza: tanti bloggers sono molto più sofisticati, e quindi scrivono i testi con cura, fanno attenzione ai dettagli come la foto e il titolo (perché una buona foto e un buon titolo possono fruttare 100 clic in più), eccetera.
    E’ verissimo anche che, quando si decide di aprire un blog, non bisogna avere fretta di fare subito grandi numeri in quanto a visualizzazioni, likes, commenti, followers eccetera. Io lo so meglio di chiunque altro, perché ho aperto il mio blog nel 2008, e fino ad inizio 2013 le visualizzazioni stavano praticamente a zero. Di commenti poi neanche a parlarne.
    Tra l’altro ho l’impressione che molti bloggers, avendo questa fretta matta di avere successo subito, finiscano per perdere di vista quello che dovrebbe essere il loro vero obiettivo. Se hai un blog storytelling, scrivi per condividere le tue emozioni; se hai un blog di recensioni, scrivi per segnalare agli altri qualcosa che ti è piaciuto. In entrambi i casi, quello di fare grossi numeri è un obiettivo completamente secondario, e non il fine supremo: se non capisci questo, hai sbagliato in partenza. Ma purtroppo viviamo in una società dell’apparenza, in cui se non hai tot followers sei uno sfigato, e questo instilla nei bloggers debuttanti quest’ansia di diventare la nuova stellina del web. Portandoli tra l’altro a fare delle figure pietose, come quando qualcuno mi chiede cose del tipo “Ti seguo, ricambi?”: ecco, quando ti riduci a mendicare un follow come un accattone vuol dire che sei proprio un morto di fama senza ritorno.
    In questo discorso non rientrano coloro che aprono un blog per motivi professionali: in quel caso il blog fa da biglietto da visita, e quindi nel loro caso una maggiore attenzione ai numeri è più giustificata. E a proposito di numeri, da adesso hai un follower in più: ho appena scoperto che, per motivi a me stesso inspiegabili, non mi ero ancora iscritto al tuo blog. 🙂

    1. E cosa stavi aspettando a farlo?! 😀
      Comunque devo dire che l’utente mendicante mi mancava !! Ho avuto la fortuna però di avere utenti che come pollicino hanno lasciato, al loro passaggio, delle tracce di se per poterli facilmente ritrovare, riconoscere ed avere un fertile scambio d’idee.
      In fondo internet, con il suo bisogno di condividere e diffondere, nasce per questo no?!

      1. Eh, in effetti gli utenti che lasciano traccia del loro passaggio sono molto pochi… pensa che io di recente, mettendo affianco il numero dei visitatori e quello dei commenti, mi sono reso conto che soltanto il 7% dei visitatori mi aveva lasciato un commento. Forse sono timidi, forse non hanno niente da dire, forse tutte e due le cose: sta di fatto che molti bloggers non commentano nei blog altrui. Corro a risponderti nell’altra nostra conversazione! 🙂

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