Scusa ma ti chiamo Ferragosto

Scusa ma ti chiamo Ferragosto

 

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maschera alle alghe Nacomi

La regola dei social impone vite patinate, feste private very cool e sunset aperitivo con raffinatissimo caftano stile folk boho chic, degno dei salotti della Marzotto (vi deludo se vi dico che io sono il classico energumeno da pantaloncino strappato in spiaggia?!Ma vedo il mare alla Baudelaire: come ciò che contraddistingue l’uomo libero, selvaggio come il vento e aperto come l’orizzonte).

La prima regola della vita è l’imprevedibilità invece, quella cosa che non sai cos’è e che stravolge la tua organizzazione, qualora ne avessi avuta una, che condisce di magia e freschezza le giornate scandite dalla voglia di.

Voglia di fare, voglia di non fare, voglia di decidere sul momento in relazione alla tua mera volontà, senza che un calendario o file chilometriche per il mare abbiano deciso al posto tuo.

Senza che la società abbia interpretato il tuo pensiero, con la frenesia di dover decidere qualcosa da fare, e “stringi stringi” perché non c’è più tempo, né ombrelloni nel lido più modaiolo della riviera. La corsa al selfie dove la Playa somiglia alle Maldive se fai un’inquadratura ad hoc e la tua pelle appare baciata dal sole e senza imperfezioni con You cam perfect.

Con dei modelli fissi cui doversi identificare ed uniformare, più precisamente stereotipare, esempi iconici, atti a soddisfare le aspettative dei più.

La prima regola di un blogger vuole un récit de voyage, con corredo d’immagini a seguito, di una giornata fantastica.

La regola del mio blog prevede la trasparenza ed una cordiale spinta controcorrente, che prende le distanze dalle parole più googlate a scapito delle views.

Io la vita la vedo invece come la rappresentazione di una delle scene del film “500 giorni insieme” dove in due rettangolini paralleli scorrono rispettivamente le aspettative e la vita reale e dove non necessariamente le due coincidono. Non che questo sia necessariamente un male, anzi: il finale dimostrerà che la realtà sa essere più fantasiosa di noi, senza proporre il classico happy end.

Scusa se ti chiamo Ferragosto: ma io ti festeggio cosi’, sul divano, con la mia maschera alle alghe Nacomi  (ve ne parlerò presto) e la mia sequenza di film estivi anni 80 perché sono nostalgica, fiera ad inneggiare la rivolta degli “anomali”, tutti quelli che oggi lavorano, si sentono soli, si scocciano, hanno litigato col fidanzato, hanno salutato ad una ad una le proprie amiche migrate a caccia di fortuna.

Io sono sempre stata così: quella che giocava con Marina anzichè Barbie, perché era castana e più raggiungibile, quella che al sabato del villaggio preferisce il lunedi’.

Il mio non sarà un aperitivo figo in spiaggia, ma io la ciliegina sul mio Martini l’ho comunque già messa, a conclusione di questa giornata, proiettata alla novità di un’estate che deve ancora arrivare e non finire oggi.

 

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Ma dove vai se un blog non ce l’hai

Ma dove vai se un blog non ce l’hai

 

 

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Ieri notte, l’ennesima che scambio per giorno, ero intenta nella lettura no-stop di post ad casum, della serie “va dove ti porta il link” e “non aprite quella finestra” (specie di shopping on line) finché non mi sono imbattuta in un articolo. Uno molto Storytelling, quelli che ti fanno sognare ad occhi aperti, regalandoti l’illusione che da una sconfitta possa nascere una soddisfazione e che, per dirla alla De André, dal letame nascano i fiori.

Quegli articoli che sostituisci alle commedie romantiche per riempirti il cuore di belle speranze e poi fare training autogeno ripetendoti, alla Coelho, che solo quando vuoi veramente qualcosa tutto l’universo trama affinché accada.

Insomma quella storia narrava un successo imprevisto ed imprevedibile, ma ancora più insospettabile era il protagonista della fabula: un mio ex collega della gloriosa facoltà di lettere dell’ateneo di Catania. Leggere quel nome, diventato improvvisamente padre di 12 mila followers, e noto in quei di Milano, ha avuto su di me l’impatto di leggere i volti noti che hanno frequentato la stessa facoltà. Non per dire che l’avessi paragonato a Pirandello o Verga ma quasi.

Soprattutto per la sorpresa di sapere che il tizio in questione ha un blog.

La sorpresa nella sorpresa che adesso dalla comunicazione è passato alla cucina, la stessa meraviglia che avranno tutti coloro che dall’esame di letteratura latina mi ritrovano a fare tutorial . Cose che non credevi, persone che non conoscevi, hobby alla berlina, anime fragili che si mostrano senza scudi e senza protezioni.

Ebbene è così: c’è stata la generazione mille euro, quella dei call center manifesto di un disagio che vedeva laureati racimolare qualche lira con il telemarketing, cui ci si rivolgeva in ultima istanza, arresi ed affranti, per pagarsi l’affitto, oggi siamo entrati ufficialmente nella generazione blog.

Non vogliamo racimolare denaro ma esperienze, una gradinata in salita dalla grafica accattivante, che raccoglie sorrisi e parvenze ma che nasconde sudore (specie con 40 °) e determinazione.

Non ci si accontenta di quello che passa il convento, né si rimane con le mani in mano attendendo il cambiamento, con la 24 ore in mano per fare bella figura sugli esaminatori in sede di colloquio.  Oggi ci si reinventa a partire da un’idea, con le spalle forti della propria passione.

E chi se ne frega se ti hanno licenziato?! Sulla scia del detto “ogni impedimento è giovamento”, energica come quella di un camion in autostrada, per la macchina che lo segue, si risorge con intelligenza dalle proprie ceneri.

Gli italiani si dice sappiano arrangiarsi, i giovani ancora di più, per fare una metafora culinaria: traggono fuori un pasto completo da un pò di pasta e dal burro (carboidrati e grassi insaturi) e risparmiando raccolgono i soldi per il mega concertone di Ri Ri (Rihanna).

Il popolo di internet insegue i pokemon ma si racconta sul web e regala scorci di vita, spaccati di generazione social al tempo di Snapchat, che passeranno agli atti come storiografia.

Una critica personale del nostro tempo, dove chiunque coltiva un blog al posto di un giardino, raccogliendo in misura direttamente proporzionale alla semina e alla costanza con cui ci si è dedicati a quel terreno, con idee fertili per il piacere di seminare che non di raccogliere per guadagnare.

Senza perdere ovviamente di vista il piacere di assaggiare il frutto della nostra dedizione, che non si deve aver fretta di gustare perché potrebbe essere ancora acerbo.

Piacere: Marilù Briguglio di Frou Frou make up artist, e tu che blog hai?!