Gli errori più comuni nel make up

Gli errori più comuni nel make up

20160530_150823

Una delle primissime lezioni in accademia la docente esordì dicendo: “per analizzare la morfologia del viso guardatevi continuamente incontro” ed in effetti quel motivetto fu per me rivelatore.

Dalla metropolitana alle file alle poste ogni ambiente è quello giusto per studiare il viso di ciascuno, ma soprattutto trarre dai loro errori ispirazione e comprendere eventuali correzioni.

Osservando attentamente ho constatato che il make up, là dove non sia arcano da scoprire (giusto oggi ho incontrato una donna sui 40 che chiedeva ad un commesso meno informato di lei cosa fosse un blush e a cosa servisse) , il più delle volte viene mal destreggiato producendo effetti decisamente peggiorativi.

#1 Matita mozzata

Vogliamo parlarne?! Ammettiamolo: l’abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita, in quei soliti cinque minuti striminziti, il tempo da poter spendere per il nostro trucco mattutino (tendenzialmente orribile) prima di recarci a lavoro. E no, non importa alzarsi una o due ore prima: alla fine i minuti che dedicheremo al trucco saranno sempre e solo quei cinque, anche a costo di guardare cn aria sbigottita la tazza del caffè come fosse un pendolino. Una matita mozzata è come una mina senza la punta. A che serve? In verità forse a niente, a darci l’illusione di regalare, con quel tocco di colore, profondità al nostro sguardo, così profondo da somigliare a quello di un panda nel momento in cui comincerà a sbavare come se nn ci fosse un domani.

Rimediare tuttavia è semplice e sbrigativo: mettete un pennellino angolato nella vostra pochette e compite solo il piccolo sforzo di allungare la coda dell’angolo esterno.

#2 matita sbavata

Il fatto che la concentrazione massima di errori avvenga con le matite è sicuramente  indice del fatto che sono uno dei prodotti di cosmesi più utilizzati e commercializzati. Puoi non sapere cosa sia un blush o una cipria ma nella tua risicata pochette ne avrai sicuramente una. Perché sbava?! Innanzitutto dipende dalla texture della matita e dal qualunquismo con la quale le scegliamo solo in preda a spasmi da shopping ossessivo compulsivo.

Dovremo avere cura di utilizzare una mina non troppo morbida ma neanche eccessivamente dura. Nel caso in cui sbordiamo la nostra rima ciliare inferiore con un kajal (usato per l’ interno dell’occhio e quindi particolarmente morbido e scrivente ) in fondo ce la siamo un po cercata. Come rimediare? Partendo dall’acquisto giusto si può solo aumentarne la durata tamponando con un ombretto dello stesso colore.

#3  Eyeliner piramidale

Non è una nuova tecnica, ma l’eyeliner di chi nn vuole rinunciarvi ma di fatto non sa applicarlo. L’eyeliner deve finire necessariamente ad ago per essere definito tale, è una regola e come tale va rispettata, assunta ed eseguita come un dogma: nn si discute. Se non sapete destreggiarvi con i pennelli armatevi di tanta pazienza. In fondo non dimenticate che la bravura a volte è la somma dell’esperienza.

#4  Linea dritta ammazza sguardo

Che sia matita o eyeliner in gel, liquido, a penna, non importa. Uno degli errori più comuni resta questa linea che non parte neanche bene dall’attaccatura delle ciglia e si estende in maniera informe lungo tutto l’occhio. Vorrei dirvi, qualora non ve ne siate rese conto, che questa linea uccide il vostro sguardo, lo appiattisce, chiudendolo ancora di più e vanificando il motivo per cui avete truccato i vostri occhi. Quando applicate la matita partite molto leggeri dall angolo interno dell’occhio, lungo la rima ciliare interna ed allargate la linea verso l angolo esterno dell occhio. Very cat eyes.
E per chi colora grossolanamente gli occhi c’è chi invece dimentica , applicando l eyeliner, che esiste anche l angolo interno dell’occhio.

#5 Sfumature troppo nette

Diciamo che netto è il contrario di sfumato già per definizione. Quando fate i vostri make up ricordatevi di sfumare verso l’interno e verso l’esterno, fino a far morire gradatamente il vostro ombretto, altrimenti creerete delle indefinite banane. Non so voi ma io le preferisco a tavola che non sugli occhi.

Passiamo adesso al resto del viso…

#6 il blush quel delicato apostrofo rosa sulle nostre guance, per molti è un cerchio disegnato col goniometro. Male! Sfumate bene verso l esterno il vostro blush, con un pennello a setole larghe, con movimenti leggeri per evitare chiazze di colore.

#7 Contouring : bello il contouring e siamo subito tutte un po Kim kardashan, ma ricordatevi che non viviamo in un selfie ed un bronzer troppo netto è come una macchia di Nutella sul viso. Ricordate inoltre quando lo sfumate di non avvicinarvi troppo alla bocca se non volete sembrare dei piranha.

 

 

 

Annunci
CIRCUMNAVIGAZIONI IN TEMA DI BELLEZZA CON VAGINA!

CIRCUMNAVIGAZIONI IN TEMA DI BELLEZZA CON VAGINA!

10409176_984917031548501_455683768274521754_n.jpg

 

Se una vagina potesse scrivere lo farebbe sicuramente su un blog e li’ raccoglierebbe le proprie memorie, come ha fatto Stella, meglio nota come Vagina, in una serie di post tra il nerd ed il fashion.

Alzi la mano chi non la conosce già e chi non abbia scritto qualcuna delle sue massime almeno una volta sui diari di scuola, tanto più vissuti quanto più farciti come sandwich.

Con il suo esilarante “Memorie di una vagina” ha stuzzicato ogni sorta di riflessione comico-esistenziale, affondando il dito, come il Titanic, nella piaga di ogni storia d’amore naufragata o semplicemente mai nata.

Una sensazione che ciascuna di noi ha vissuto almeno una volta nella vita.

Con ME ha affrontato una serie di circumnavigazioni in tema di bellezza….

Sfido a non riconoscervi!!

 

#1 Il fascino del muso a becco d’oca regna sovrano nei selfie, spiegaci questo insolito fenomeno sociologico (cui non sono riuscita a sottrarmi neanch’io)

 

Il viso sembra più magro. E le labbra più carnose.

Due valori fondamentali per tutte noi, no?

 

#2 Ormai non fai tabù del fatto che a Barbie preferivi Tania: è da quel momento che hai scelto un modello alternativo di femminilità emancipata senza Ken?!

 

No santo cielo, io ho sempre preferito Barbie. Sono stati i miei che un anno a Natale, invece del camper di Barbie mi hanno regalato quello di Tania, segnando irrimediabilmente la mia infanzia con un micro-trauma indelebile.

Non credo che l’emancipazione femminile consista nel non avere un Ken accanto (il quale, ormai possiamo dirlo, è chiaro a tutti che fosse gay). Non amo le etichette. Non è essere single che ti rende emancipata (tanto quanto non ti rende una disgraziata). Così come esistono donne emancipatissime che hanno avuto la fortuna (o il talento) di trovare un compagno con cui condividere un pezzo di vita.

Non credo nemmeno che si scelga di essere emancipate. Si sceglie di emanciparsi. Si sceglie se restare nella propria zona di comfort oppure esplorare cosa c’è lì fuori. Si sceglie se assecondare se stesse o gli altri, se capire cosa davvero vogliamo oppure se accettare di volere ciò che gli altri si aspettano che vogliamo. Sono queste le scelte che si fanno e, talvolta, l’emancipazione ne è solo una conseguenza.

 

#3 Ogni riccio un capriccio: ma come curi i tuoi boccoli leonini, su cui come scrivi spesso non si risparmia?!

 

I miei capelli ormai li ho accettati per quelli che sono (mentre, in gioventù, come tutte le ricce o buona parte di esse, li ho massacrati con anni di piastra e messe in piega). Comunque, per rispondere alla tua domanda: al momento uso uno shampoo Kiehls per chi perde capelli (sai, lo stress), un balsamo e una maschera all’olio di argan. Asciugo con diffusore e altre 2 goccine d’olio a posteriori. Et voilà, mess is done.

 

#4 Tutte le mie amiche migrate al nord, per ragioni a me ignote, si imbellettano stra fighe a Milano e girano raccattando trucchi ed indumenti alla madre a Catania. Sarà una questione di insostenibile leggerezza della valigia o la culla del nostos  a risvegliare mise ancestrali?!

 

Credo dipenda dal fatto che tornano in aereo, che non imbarcano la valigia e che nel solo bagaglio a mano non sono molte le cose che si possono portare. E, in fondo, lontano da Milano, ci si può prendere delle licenze di stile, prendere una pausa e rilassarsi. Del resto via da Milano si fanno cose come indossare le calze color carne, perché non dovrebbero usare qualche indumento e qualche trucco della madre scusa? 🙂

 

#5 La mia migliore amica ha trovato marito un giorno in fila alla posta, con la tuta ed i capelli sporchi. Hai mai pensato possa accadere anche a te?!

 

Non penso di incontrare marito, ma sì, credo che si possano fare incontri quando si è underdressed e che siano anzi i migliori 🙂

 

#6 Quando vuoi sentirti figa (o vagina) qual’è il make up di cui non puoi fare a meno?!

 

Dipende dal mood e dalla serata. O smokey eyes a manetta, che però mi fanno venire un sonno che non ne hai l’idea. Oppure rossetto MAC rosso.

 

#8 Se avessi una figlia capirei che ha limonato dal trucco completamente disfatto. Capitava anche a te? Pensi che col no transfert non accada più?!

 

Non ne ho idea, in realtà. Sarei più brava con un figlio maschio, credo, a capire se ha fumato una canna.

 

#1 Vagina… il tempo dedicato alla bellezza è inversamente proporzionale agli anni che passano. Mi spiego meglio: quando hai 16 anni cominci dal pomeriggio a scegliere cosa indossare per una seratina in, non senza aver prima intervistato tutte le tue amiche alla ricerca di consensi, e impieghi un’ora almeno per essere impeccabile. A 30 anni opti per l’intramontabile comodità e il motto è “più scomposta è meglio”. La domanda è “perchè?”

 

Non credo che le donne smettano di interrogarsi su cosa indossare, o smettano di curarsi crescendo. Anzi, io crescendo ho imparato a mettere la crema solare laddove prima andavo solo di olio johnson’s. Sì, probabilmente crescendo si sente meno l’urgenza di imbellettarsi sempre e tirarsi costantemente a lucido, di urlare al mondo “ei-ei-mi-vedi-mi-sono-fatta-tutta-carina”. Da cosa dipenda? Mah. Non saprei. Probabilmente dal fatto che quando si cresce le priorità in parte cambiano, e cambia la consapevolezza che abbiamo di noi. E si impara a sentirsi fighe anche con le sneakers, e un jeans. Perché la femminilità non passa necessariamente o esclusivamente per il “tempo dedicato alla bellezza”.

 

 

 

 

 

 

Una settimana con Maria Antonietta

Una settimana con Maria Antonietta

20160513_152156.jpg

Maria Antonietta non è una mia amica, ma un siero, l’ultimo arrivato in casa Sezione Aurea , nonché la regina incontrastata di questo regno ecobio, primo esperimento viso, in un’azienda ricca di prodotti per capelli (di cui ovviamente ho già testato altre cose, se sei curiosa clicca qui).

Qualche giorno fa ho postato la foto di questa ultima creazione ed è con voi che adesso la passerò in rassegna.

Comincerò col dire che non amo i sieri, sono leggeri è vero, ma tendono ad essere molto appiccicosi e stentano ad asciugarsi. Bene: questo è tutto ciò che non accadrà con Maria Antonietta, di cui amo infinitamente la texture.

Simile a quella di un gel si stende facilmente ed asciuga immediatamente, senza che dobbiate necessariamente massaggiare molto tempo il prodotto, effettuando movimenti di ginnastica facciale per ingannare il tempo.

Questa particolarità la rende, a mio avviso, ideale come base trucco, meno corposa di una crema (che soprattutto nel caso di pelli miste,tenderebbe a fare uscire fuori tutta la lucidità del viso), ed asciutta come un gel, forma uno strato protettivo sulla pelle, proteggendola da agenti atmosferici, e regalando al viso un aspetto quasi liftato.

Ed è il seguente il nucleo del siero: liftare.

Al suo interno è contenuta l’acmella oleracea, una portentosa pianta amazzonica, quasi sconosciuta in Europa, famosa come panacea di tanti mali, ma nota come “filler” o “botulino” naturale, che presenta sostanze naturali molto pregiate e dall’alto potere antiossidante .

Al suo interno, l’acmella, contiene lo spilantolo ,che ha un’azione “Filler” per l’epidermide, riproduce l’effetto Botulino e, ricostituendo naturalmente il reticolo di collagene della pelle, consente di ottenere un efficace e quasi istantaneo riempimento delle rughe di espressione e di svolgere nel tempo un’azione miorilassante e preventiva sulle rughe consolidate.

Il target ovviamente cui si rivolge questo siero, a mio avviso, è la donna dai 25 anni in sù, che in un solo prodotto coniuga innovazione ed etica bio, prevenendo i segni del tempo e delle spontanee espressioni facciali che ogni giorno facciamo senza rendercene conto, con i frutti della natura stessa.

Adesso passiamo però ai contro… l’idratazione: se avete la pelle secca, o come la sottoscritta mista (quindi caratterizzata da zone secche ed altre grasse) dovrete integrare il siero con una crema, per una maggiore idratazione.

In verità spesso il siero precede la stesura della crema, perciò Tati siamo tutti con te: attendiamo con ansia la crema della stessa linea, per completare in bellezza la nostra beauty routine.

Si presta dunque in maniera ottimale ai mesi estivi, dove caldo e sudore scandiscono le nostre giornate, per la sua texture leggera e di facile assorbimento, che non sbaverà dopo qualche minuto.

Il packaging è in pieno stile Sezione Aurea: essenziale, discreto, elegante eppur colorato, in un dispenser di plastica bianco, con comodissimo erogatore per evitare sprechi e valido per ragioni igieniche, con il logo dell’azienda ed il nome del prodotto.

Il prezzo è di 25,90 ma per un siero ricco di oli pregiati e principi attivi nutrienti mi sembra il giusto rapporto qualità prezzo anche perché dall’esperienza ho imparato che la qualità si paga (e con ciò non dico che ovviamente “Voglio spendere moooolto di più”).

Abbiamo passato solo una settimana insieme e mi è bastata per valutare che lo porterò in vacanza con me!!

Nb:se vuoi essere sempre informato sui miei post clicca qui e metti un like!

L’economia della vacuità… un viaggio chiamato influencer.

L’economia della vacuità… un viaggio chiamato influencer.

 

IMG_20160208_110420.jpg

Stanotte (sarebbe più esatto dire stamattina, post alba inoltrata) ho fatto un sogno:  ho sognato di essere damigella al matrimonio di una sconosciuta.

La mia irreprensibile sete di sapere mi ha spinta a consultare SogniPedia (fonte attendibilissima davvero) mettendomi di fronte al mio ignoto inconscio, con l’avventata conclusione che probabilmente la cerimonia rappresentasse l’unione, quindi il matrimonio, di parti diverse della nostra personalità (lavorativa o affettiva che fosse).

A quel punto avevo ben chiaro in mente, di prima mattina (che già di per sè è un ossimoro), con le idee rivelate nel fondo del mio cappuccino, che in quella cerimonia si fosse unita, una volta per tutte, la mia parte seria con quella frivola. Dovevo crescere.

Che la mia parte Selfie stava facendo a botte con l’intellettuale pubblicista ed una vecchia me era al tramonto, mentre una nuova stava per sorgere che, alla fine di tutto questo giro, auspicava la concretezza .

E che quel sogno era un’ ineluttabile apparizione: l’economia della vacuità è agli sgoccioli, e dovevo preservare la mia integrità dal vortice dei social e dell’autostima in visualizzazioni.

Se solo per qualche istante avessi pensato di poter beneficiare, mio malgrado, di un soffio di questa boria glitterata, la realtà mi restituiva l’immagine deformata di me tra qualche anno, ricca di cosmetici ma povera di mestiere.

Una altrettanto deformata illusione appariva, in verità, la definizione “influencer” coniata per me, che della boria ho immaginato la brezza ma con i miei 600 circa followers al massimo, fiera, soffiavo con il ventaglio.

Ho riabbracciato infine la mia penna ed i miei pennelli e mi sono domandata: ma poi questi influencer chi sono?!

Sono prima di tutto persone che possiedono la fiducia di altre, più specificatamente milioni di utenti, che li seguono con incondizionato affetto e spasmodica (concedetemelo) curiosità.

Alcuni sono nati su you tube, altri scrivono su un blog, altri ancora gestiscono un sito, ma sono tutti i vip di una realtà parallela virtuale, altrettanto ammirati,seguiti,emulati.

Ma soprattutto sono una fonte di ricchezza,che muove l’economia, esibita in una vetrina ambulante. Monetizzano i like e fanno di ogni visita in negozio un evento.

Mi spiego meglio: tutto quello che ogni giorno scelgono di mostrare, postare e condividere diventa virale, determinandone la fortuna quanto la malura.

E ben venga chi si erge a garante della qualità, gonfio delle competenze, acquisite con studi di settore consoni a fare di quel consiglio la propria bandiera, pronto a far da cavia, risparmiarci acquisti invani. Ma, salvo alcuni eletti, il web è saturo dell’influencer per antonomasia, tronfio, che ha improvvisato un’arte che non possiede, seguendo la scia della Ferragni in picchiata per arrivare prima alla meta.

Soggetti troppo IN che hanno la pretesa di essere esemplari per tutti, perché?!Perché loro non seguono le mode, loro le decidono e in tal misura le influenzano, inaugurando una nuova era della pubblicità, tanto efficace, quanto immediata, delle marchette quotidiane tese a mandare avanti l’economia della vacuità.

Della perfezione ostentata con o senza filtro, che come una ring light illumina il soggetto di un’aura divina, sfumandone però i contorni.

Delle foto ritagliate perché si intravede il pigiama, dell’inglese che fa tanto internazionale, cosi’ mi risparmio le concordanze nell’italiano se il periodo è troppo lungo, della bella vernice decapata che grattata nasconde un mobile ikea.

Che posto è destinato agli influencer di serie b che ostentano una vita di serie a?!

Il buco nero della galassia, svanire con la stessa velocità con cui passano le mode, lasciando, come queste ultime, di sè il ricordo (perché la rete non dimentica) di qualcosa che è stato ed allo stesso modo superato.

La stessa nostalgia che proviamo di fronte alle treccine negli anni 90, che potevano rendere tanto Corona in”The rhythm of the night” quanto le Spice girl sul palco dell’Ariston: eterne o effimere.